Da Rivista Ecumenica 3 2009 - Page 1 - Estratto del N. 3/2009 della "Rivista Ecumenica" LA COMPASSIONE IN GESÙ DI NAZARET TEODORA TOSATTI P er sapere cosa significasse per Gesù la compassione1 è sufficiente dare uno sguardo ai vangeli: curava gli ammalati, restituiva dignità ai poveri, accoglieva i peccatori e – come si può ben vedere dalla parabola del giudizio sulle nazioni (Mt 25,31ss), in cui il metro del rapporto con Dio è la solidarietà verso i sofferenti, qualunque sia la causa del loro dolore ed emarginazione – si faceva solidale con gli ultimi fino al punto da identificarsi con loro. n fin dei conti, tutto il messaggio dell’incarnazione non è solo di abbassamento, ma proprio di compassione che si esprime nella solidarietà: così nel suo Battesimo Gesù si mostra pienamente uomo non soltanto perché ha abbracciato l’avventura umana, ma appunto perché si fa carico della situazione di gravame e di colpa in cui l’uomo si dibatte, senza giocare a separare le responsabilità; ecco che si smaschera e si smantella quella mentalità di santità fasulla che in realtà ci trasforma in concorrenti per il favore di un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, distruggendo la fraternità umana. I tici usano un termine particolare (splankhnizomai) derivante da un sostantivo che indica le viscere (quel che vi era di più intimo e pregiato, adatto ai sacrifici). Ebbene, questo termine viene usato soltanto per il Padre e per Gesù (nonché, naturalmente, per i personaggi che li rappresentano nelle parabole), ma mai per altri uomini. roprio nella compassione, insomma, Dio è diverso da noi: non è affatto ‘umano’, se con ciò si intende ‘a immagine dell’uomo’; e quando si cerca di precisare in cosa consista la diversità, emerge fra le altre una caratteristica che ci risulta quasi incomprensibile: il termine indica amore, passione, compassione irrevocabile e definitiva (con un forte accento escatologico!) ma – e spesso – è congiunto all’ira. P uando Dio si china su di noi, ci soccorre, ci perdona, lo consideriamo particolarmente ‘umano’, tanto che – contro ogni verosimiglianza biblica – siamo arrivati a contrapporre un presunto Dio ‘compassionevole’ del NT al Dio ‘vendicativo’ dell’AT… nvece, proprio per la compassione di Dio espressa in Gesù e per la qualità divina delle sue azioni, i vangeli sinot- Q I Le viscere di Dio arco (l,40ss) racconta di un poveraccio che chiede a Gesù di guarirlo dalla lebbra; impietositosi, Gesù lo risana. Ebbene – strano a dirsi? – in alcuni testi si legge che Gesù non è spinto dalla compassione ma dall’ira2. Ira contro chi? Certo non contro il lebbroso, e neppure contro la gente insensibile intorno a lui (nulla indica che l’episodio abbia luogo in mezzo a una folla); restano la malattia, mortale per la medicina dell’epoca, e la morte civile che essa necessariamente comportava (non per nulla nella tradizione giudaica i lebbrosi vengono spesso equiparati ai morti): ecco i destinatari dell’ira di Gesù, i nemici che egli combatte rabbiosamente. M L’ira della compassione TEODORA TOSATTI. Biblista, è presbitera vetero-cattolica e parroco di Roma, dove è nata nel 1954. È sposata e ha due figli. È licenziata in Teologia cattolica con specializzazione in Sacra Scrittura (Pontificio Istituto Biblico, Roma), laureata in Teologia prostestante (Facoltà Valdese di Teologia, Roma) e in Lettere (Università “La Sapienza”, Roma). È iscritta alla Sez. Professori dell’Associazione Biblica Italiana. Tra le pubblicazioni:Genesi 2,4ss: storia di un nome non dato, in «Protestantesimo» 4 (1991) 301-308. Collabora con l’Editrice Domenicana Italiana e con la Società Biblica Britannica e Forestiera per traduzioni bibliche e testi scientifici e didattici. In particolare: edizione della Bibbia detta Nuova Riveduta, Roma 1994; scelta e adattamento delle note per l’edizione diglotta grecoitaliano (XXVII ed. Nestle-Aland – testo it. CEI) del Nuovo Testamento, Roma 1996; Traduzione letteraria interconfessionale del Nuovo Testamento(traduzione tutt’ora in corso). È autrice di svariati articoli di soggetto biblico e ha tradotto, traduce e cura numerose opere esegetiche e teologiche per le Edizioni Borla (Roma). a lettura potrebbe apparire azzardata, ma non è questo l’unico caso in cui si accostano compassione e ira, nei vari termini e modi con cui vengono designate. er esempio, procedono unite per un altro ammalato, questa volta un paralitico, e in piena sinagoga (Mc 3,1ss). È sabato, giorno di riposo, e Gesù chiede se sia lecito adoperarsi per una guarigione: per timore o bigottismo, nessuno risponde. Gesù guarisce il paralitico – evidentemente per compassione – ma non prima di essersi guardato intorno con ira ‘per la durezza dei loro cuori’; nella tradizione di Israele, questa durezza (che somiglia tanto alla sclerosi del cuore di Lc 10,5!) implica un distacco dalla legge divina, un suo tradimento profondo… eppure, è dei suoi difensori che si tratta! orse, per comprendere quest’ira di Gesù, che non è un’antagonista del suo amore bensì l’espressione della sua forza, la cosa migliore è ricordare l’ira e la gelosia di Dio nell’AT e rivangare la vigorosa cacciata dei trafficanti dal Tempio (Mt 21,12 – a suon di frusta, precisa Gv 2,15, ma senza danneggiare gli animali!) L P con i fratelli). Il perdono ricevuto da Dio esige un corrispettivo mutamento nel modo di considerare gli altri nei rapporti umani, nella società. Pani e pesci (Mt 14,13ss) a reintegrazione di un emarginato, tale per colpa sua o per una malattia ritenuta vergognosa, spinge evidentemente la compassione al di là dell’ambito privato e dell’elemosina spicciola. Questa dimensione sociale e strutturale appare esplicita nella ‘ripartizione’ dei pani e dei pesci, dove Gesù per compassione si fa carico di problemi ‘non suoi’ (mentre i discepoli gli elargiscono l’illuminato consiglio di mandare la gente ad arrangiarsi… nel deserto!). Ma con una preoccupazione che non si limita a soddisfare un bisogno immediato: la gente deve poter mangiare ‘sdraiata’. Questa era una posizione di grande importanza simbolica, e nel banchetto pasquale indicava la raggiunta dignità di uomini liberi. Pane e dignità, dunque.., una compassione costosa (si tratta di condividere quel che si ha), che non si limita a sanare ferite ma va oltre, fino a trasformare il volto dei rapporti umani. Così Gesù risponde alla ‘fame’ più profonda della società di allora e di oggi: la condivisione delle risorse nella dignità e non nella dipendenza. L F Misericordia voglio… (Mt 9,13) aturalmente, la misericordia è molto vicina alla compassione, e nel NT i termini slittano l’uno sull’altro. erciò possiamo vederle entrambe quando Gesù accoglie i peccatori ma rimprovera chi – in nome di una santità senza benevolenza – non sa sintonizzarsi con quel Santo che si china con amore di padre, di pastore, di donna (!), sul più debole, su chi si è smarrito, perché – come appare dalle cosiddette ‘parabole della misericordia’ (Lc 15) – ogni singolo è per lui insostituibile. nella parabola del servo spietato (Mt 18,23ss), proprio quella in cui Dio si rivela come amore che condona un debito enorme e altrimenti insolubile, ricompare anche il tema dell’ira, come esigenza di reciprocità: non si possono avere due misure, fra un’economia della grazia (che segna i rapporti con Dio) e una della giustizia distributiva (da vivere N P E La misericordia del Magnificat el resto, quando Gesù si è appena affacciato all’orizzonte umano, nel canto di Maria (Lc l,46ss) si riscontra questa strana mescolanza di amore e indignazione divine proprio nell’ordine sociale: Dio estende la sua misericordia a chi lo teme, innalza gli ultimi ed espropria i potenti, li rovescia dai troni. Dobbiamo guardarci dal vedervi un semplice ristabilimento della giustizia, un castigo, o – peggio – un indice di poco amore da parte di Dio: rovesciare i potenti dai loro piccoli troni è invece il modo concreto in cui Dio fa loro misericordia; rivelare la meschinità, muovere a conversione, sventare il male che si è causato: ecco il modo in cui egli perdona i suoi nemici (e quello, a quanto pare, in cui ci chiede di fare altrettanto…)! D C Scordare il giudizio ontro tutti i cavilli con cui si può aggirare la Legge di Dio sul piano personale e sociale, ai dirigenti Gesù rimprovera di aver scordato tre cose, quelle ‘di maggior peso’: il giudizio, la misericordia e la fede (Mt 23,23)3. NOTE volte con immagini o giri di parole. Perciò li utilizzo in maniera intercambiabile; il verbo splankhnizomai merita però un discorso a parte, perché nel NT indica esclusivamente la compassione/misericordia di Dio in Gesù. 2 Così legge il codice di Beza (D – sec. IV-VI). Alcuni studiosi ritengono che entrambe le letture non siano in realtà originali di Marco, ma la cosa non incide sul significato di questa oscillazione nelle redazioni attuali. 3 Molte traduzioni rendono krisis con giustizia, o patto, o simili, ma il termine indica generalmente il giudizio (sia di Dio sia della magistratura umana) e segnatamente il giudizio ultimo di Dio. 1 Misericordia e compassione sono concetti che nel NT tendono a slittare l’uno sull’altro con termini diversi (eleos, oiktirmos, splankhnizomai…), e a Preghiera La terra viene sferzata, perché cattiva è la nostra condotta e sempre provochiamo la tua ira contro di noi, Re compassionevole. Ma risparmia, Signore, i tuoi servi. Dopo aver sconvolto la terra, Signore, di nuovo l’hai solidificata, correggendo e convertendo, perché vuoi fortificare la nostra debolezza, nel tuo divino amore, tu che sei al di là di ogni bene. Fuggiamo, fratelli, i peccati che provocano amara morte e terremoti tremendi e ferite insanabili, e mitighiamo l’ira di Dio… Tu scuoti la terra, Signore, volendo fortificare col sostegno della tua verità tutti noi che siamo scossi dagli assalti del nemico ingannatore. Tu sconvolgi col tuo cenno divino tutte le cose e agiti i cuori di quanti abitano sulla terra, Sovrano. Sopisci, Signore, i flutti della tua giusta ira. Scuotendo tutta la terra tu atterrisci quanti non hanno nel cuore il timore di te, tu che solo sei compassionevole. Ma, come sei salito, esalta su di noi la tua compassione. Amen (Dal «Canone in ricordo del terremoto del 740», Giuseppe Innografo – IX secolo) Come tradurre senza tradire PAOLO RICCA Traiamo dal settimanale “Riforma” - che ringraziamo - questa interessante risposta del prof. Paolo Ricca a un lettore che si interroga sulle differenze che ha potuto rilevare fra le diverse versioni (e traduzioni) della Bibbia da lui consultate. Da qualche tempo mi sta capitando di rilevare differenze in alcune traduzioni della Bibbia, che mi paiono non superficiali. Ad es. Atti 10,34-35: «Dio non ha riguardi alla qualità delle persone» (Diodati e Riveduta); «Dio non ha riguardi personali» (Nuova Riveduta); «Dio non fa preferenze di persone» (Traduzione Cei – Conferenza episcopale italiana). Altro esempio Isaia 61,9: «…e la loro progenie sarà conosciuta tra le genti» (Diodati); «…e la loro razza [sic!] sarà nota tra le nazioni» (Riveduta, Nuova Riveduta). Terzo esempio Isaia 45,7: «…do il benessere, creo l’avversità» (Nuova Riveduta); «Fo la pace e creo il male» (Diodati); «Fo la pace e creo le sciagure» (Martini). Che cosa mi può dire? Lettera firmata – Torino ntanto mi felicito con il nostro lettore il quale, presumo, non solo possiede più Bibbie di diverse edizioni e traduzioni, e non una sola, ma le apre, le consulta, le mette a confronto, notando, dove ci sono, differenze e divergenze. È un buon esercizio che riserva sorprese e scoperte, talvolta belle, talaltra sconcertanti. Quanto alla domanda finale della lettera («Che cosa mi può dire?») gli posso dire due cose. La prima è che ci sono molte altre traduzioni discordanti ancora più rile- I vanti e gravide di conseguenze di quelle segnalate dal nostro lettore. La seconda è che tradurre è difficilissimo: credo che non ci sia al mondo nulla di più difficile. Illustrerò brevemente queste due affermazioni. Le differenze che il nostro lettore segnala sono reali, ma almeno in parte abbastanza comprensibili. Perché? Perché la maggior parte delle parole hanno, in tutte le lingue, più di un significato e possono quindi essere tradotte legittimamente in modi diversi. A esempio la parola ebraica shalòm (= pace) ha notoriamente una ricca gamma di significati e, secondo i contesti in cui è collocata, può acquistare sfumature di significato diverse e quindi essere tradotta con parole diverse da «pace». Non è però questo il caso di Isaia 61,9, dove il termina ebraico è zera’, che vuol dire «seme» nel senso di «progenie», discendenza», non nel senso di «razza». Infatti la versione greca detta «dei Settanta» rende con µ (pron. sperma), che ha lo stesso significato: «seme». La traduzione di Diodati («progenie») è dunque corretta, mentre quella della Riveduta e Nuova Riveduta («razza») è altamente discuti- 1 PAOLO RICCA. Pastore e Docente emerito di Storia della Chiesa presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma, nasce a Torre Pellice (TO) il 19/01/1936. Si laurea in teologia (Facoltà Valdese di Teologia di Roma) e consegue il Dottorato di ricerca in Nuovo Testamento (Facoltà di Teologia di Basilea) e il Dottorato h.c. (Università di Heidelberg). È stato pastore a Forano Sabino (Rieti) e a Torino. È stato giornalista per l’Alleanza Riformata Mondiale presso il Concilio Vaticano II, ed è succeduto al Prof. Valdo Vinay nella Commissione “Fede e Costituzione” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. È stato Professore ospite presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, e Presidente della Società Biblica in Italia. Collabora regolarmente al Segretariato Attività Ecumeniche di cui è, insieme a Don Giovanni Cereti, il coordinatore del Gruppo Teologico. È curatore della collana “Opere Scelte” di Lutero edita dalla casa editrice Claudiana, e collabora al programma “Uomini e profeti” a cura di Gabriella Caramore per la RAI, RADIO TRE. bile, per non dire sbagliata e comunque fuorviante, anche se è vero che «razza» può anche significare semplicemente «stirpe», «famiglia», «gruppo umano» con particolari caratteristiche, come a esempio nella frase ben nota agli amanti della lirica: «Cortigiani, vil razza dannata» (dal Rigoletto di Verdi) o in quest’altra ben nota ai conoscitori della Bibbia: «razza di vipere…» (così Giovanni Battista accoglie i Farisei e Sadducei che vengono a lui per farsi battezzare: Matteo 3,7). Gli altri due passi citati dal nostro lettore (Atti 10,34-35 e Isaia 45,7) rientrano, mi sembra, nel novero di traduzioni, sì, in parte diverse, ma che, aldilà della scelta di parole non uguali, trasmettono però sostanzialmente lo stesso pensiero. Insomma: traduzioni diverse di uno stesso passo biblico possono dipendere semplicemente dal fatto che una parola o una frase possono effettivamente avere, già nell’originale, più significati, ed essere quindi tutte traduzioni legittime nella loro diversità; può persino darsi che siano complementari e che si arricchiscano a vicenda. Possono però anche dipendere da una interpretazione approssimativa, o discutibile, o addirittura errata del testo originale (anche i traduttori sono fallibili!), e allora non c’è altro da fare che correggerle, adottando una traduzione più fedele. Per far questo è indispensabile conoscere le lingue bibliche: l’ebraico per l’Antico Testamento e il greco per il Nuovo, e disporre degli strumenti per utilizzarle nello studio della Bibbia (essenzialmente Dizionari). Oppure ci si può affidare a buoni commentari che facciano emergere la varietà di significati possibili delle parole ebraiche e greche, qualunque sia poi la traduzione che essi adottano. i sono però, com’è noto, diversità di traduzioni che danno luogo a messaggi completamente diversi. Due esempi, fra i tanti che si potrebbero addurre. Il saluto dell’angelo a Maria (Luca 1,28). La Riveduta e la Nuova Riveduta traducono: «Ti saluto, o favorita dalla grazia», mentre la traduzione della Conferenza episcopale riproduce la traduzione latina di Girolamo detta Vulgata: «Ti saluto, o piena di grazia». La Nuova Traduzione della Cei (uscita quest’anno) ha: «Rallégrati, piena di grazia». Invece l’autorevole traduzione ecumenica in francese (Tob = Traduction Oecuménique de la Bible) rende con «toi qui a la faveur de Dieu», cioè «tu che hai il favore di Dio», identica, nella sostanza, alla traduzione della Riveduta. Lutero invece, nel suo scritto Sull’arte del tradurre e sull’intercessione dei santi (1530)1, innova totalmente e genialmente propone: «Ti saluto, cara Maria». Come si vede, la differenza tra queste traduzioni è grande. Se si dice che Maria è «favorita dalla grazia», si dice che essa è oggetto della grazia divina; se invece si dice che è «piena di grazia», Maria diventa depositaria, quindi soggetto, fonte, dispensatrice di grazia; se poi si segue la proposta di Lutero, cade il discorso della grazia e si ha solo un saluto affettuoso da parte dell’angelo. Potrebbe darsi che quella di Lutero sia, in fin dei conti, la traduzione migliore, cioè quella più fedele. Ma la questione è aperta. Il secondo esempio è il celebre Tu es Petrus (= Tu sei Pietro) di Matteo 16,18, riprodotto a caratteri cubitali su fondo dorato nella gigantesca cupola di S. Pietro, a Roma, e che la Riveduta, la Nuova Riveduta, la Vecchia e Nuova traduzione della Cei, la Tob e tutte le tra- C a] b] duzioni rendono con «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa», mentre la Tilc (Traduzione interconfessionale in lingua corrente) traduce così: «Tu sei Pietro e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia comunità». Quest’ultima traduzione presuppone una scelta precisa: Cristo edificherà la sua Chiesa sulla persona di Pietro; le altre traduzioni non impongono una scelta di questo genere: «su questa pietra» può riferirsi sia alla persona di Pietro sia alla sua confessione di fede. Questa traduzione è senz’altro preferibile a quella della Tilc. Vengo al secondo punto: tradurre è difficilissimo. Lo sa chiunque si sia una volta cimentato in questo campo, anche lavorando su testi apparentemente facili. Dice bene Lutero nello scritto citato sull’Arte del tradurre (già il titolo è significativo: tradurre è un’arte!): «Eh sì, tradurre non è un’arte per tutti, come credono i santi folli: occorre un cuore retto, pio, fedele, diligente, rispettoso, cristiano, dotto, esperto ed esercitato». Soprattutto un cuore che conosca talmente a fondo le due lingue (quella da cui si traduce e quella in cui si traduce) da essere in grado di tradurre il pensiero più che le parole e di discernere quando, per tradurre bene, cioè fedelmente, non bisogna tradurre alla lettera. Tradurre alla lettera, in certi casi, è solo «l’arte degli asini». A esempio, Lutero non aveva tradotto alla lettera Romani 3,28: «riteniamo che l’uomo è giustificato mediante la fede, senza le opere della legge», ma aveva aggiunto prima della parola «fede» un «sola», che nell’originale greco non c’è. Per questa aggiunta egli fu aspramente criticato da teologi «papisti» (com’egli li chiama): Lutero cambia il testo biblico aggiungendo una parola che nell’origi- 2 nale non c’è! Ecco la saporita replica del Riformatore: «Riguardo a Romani 3 [28], sapevo benissimo che nel testo greco e in quello latino [della Vulgata] la parola solum non c’è, né bisognava che i papisti mi istruissero al riguardo. È vero, queste quattro lettere – s o l a – non ci sono, lettere che queste teste d’asino guardano come le mucche guardano un portone nuovo. E però non vedono che il significato del testo le contiene comunque e che, se si vuole tradurre in un tedesco chiaro e vigoroso, esse vi rientrano; infatti, quando mi son messo a parlare e a tradurre in tedesco, ho voluto parlar tedesco, non greco o latino. La nostra lingua è strutturata esattamente così: quando si parla di due cose, affermando l’una e negando l’altra, ci si serve della parola solum (in tedesco allein) accanto alla parola nicht [ = non] o kein [ = nessuno]. Si dice ad esempio: “Il contadino porta solo grano, non denari”; “No, ora denari non ne ho proprio, ho solo grano”; “Ho solo mangiato, e non ho ancora bevuto”; “Hai solo scritto, e non riletto?”. E così via dicendo nell’uso quotidiano. In tutte queste espressioni, diversamente dal greco o dal latino, la lingua tedesca reagisce così, ed è nella sua natura aggiungere la parola allein [ = solo, sola], affinché nicht e kein siano parole più piene e più evidenti… Non si deve chiedere alla lettera della lingua latina come parlar tedesco, secondo quanto fanno questi asini; lo si deve chiedere piuttosto alla madre di famiglia, ai ragazzi sulla strada, all’uomo comune al mercato, e lì si deve guardare direttamente sulla bocca per capire come parlano, e poi tradurre in conseguenza. Allora, sì, comprenderanno e noteranno che con loro si parla tedesco». Ecco l’altra importante indicazione di Lutero: per tradurre bene, cioè fedelmente, non devi conoscere a fondo solo la lingua dei letterati, ma anche quella delle madri di famiglia, dei ragazzi sulla strada, dell’uomo comune al mercato. Quante cose bisogna sapere per tradurre senza tradire! Davvero, tradurre non è arte di tutti, e neppure di molti, ma solo di pochi! 1 Esiste in versione italiana, con un’ampia, sostanziosa introduzione e un ricco apparato di note esplicative: Martin Lutero, Lettera del tradurre, a cura di Emilio Bonfatti, con testo a fronte, Marsilio, Venezia 1998. Il prof. Bonfatti, illustre germanista dell’Università di Padova, è purtroppo mancato prematuramente non molto tempo fa. Alcune tra le diverse versioni bibliche reperibili presso la sede romana della Società Biblica Britannica & Forestiera, in via IV Novembre 107. Fate cadere i muri! Stop al razzismo e alla discriminazione razziale! al 14 al 17 giugno si è svolta a Doorn (Paesi Bassi) una Conferenza internazionale organizzata dal Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) in collaborazione con il Consiglio delle chiese dei Paesi Bassi, l’associazione delle chiese di migranti nei Paesi Bassi «Skin», l’agenzia missionaria e diaconale «Kerk in Actie», l’organizzazione inter-chiese per la cooperazione allo sviluppo «Icco» e l’organizzazione ecumenica «Oikos». La Conferenza, dal titolo «Le chiese di fronte al razzismo e alle altre forme di discriminazione e di esclusione» ha avuto luogo in occasione del 40º anniversario del «Programma di lotta contro il razzismo» del Cec, nonché del 33º anniversario della rivolta di Soweto, in Sud Africa, e del 20º anniversario della caduta del muro di Berlino. l messaggio finale della conferenza, che pubblichiamo qui di seguito è stato letto l’ultimo giorno alla presenza della regina Beatrice dei Paesi Bassi. Riuniti all’appello del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) in occasione del 40º anniversario del Programma di lotta contro il razzismo (Plr) e fondandoci sulla nostra concezione dei principi fondamentali della nostra fede, crediamo che tutti i cristiani abbiano la responsabilità di agire a favore della giustizia razziale e contro l’esclusione, insieme a quelli e a quelle che patiscono la discriminazione razziale e l’esclusione, come i dalit, i migranti, le persone di origine africana, i Rom, le comunità autoctone, il popolo palestinese. sortiamo il Consiglio ecumenico delle chiese a rinnovare e a ricentrare le sue priorità per prendere l’iniziativa di un nuovo movimento delle chiese incaricato di occuparsi del razzismo, dello spirito di casta e di altre forme di esclusione nel nuovo contesto di crisi economica e ambientale mondiale e di recrudescenza del nazionalismo. Esso coinvolgerà i gruppi che, all’interno della società civile, sono già in cerca di giustizia razziale, economica e ambientale, e prenderà contatto con altri gruppi di chiese non membro del D I « E Consiglio ecumenico, puntando in particolare sui giovani e i bambini. Per questo, invitiamo il Cec a lanciare un Decennio contro il razzismo e per delle comunità umane eque e senza esclusione. hiediamo al Cec di insistere presso le chiese dell’India affinché affrontino in modo prioritario la questione della discriminazione di casta. l Programma di lotta contro il razzismo ha svolto un ruolo storico fornendo a un’intera generazione l’ispirazione necessaria alla lotta antirazzista nelle chiese. La storia del Plr è una fonte inestimabile di documentazione per le chiese nel perseguimento di questa lotta; chiediamo al Cec di raccogliere dati su questa storia e sulla sua importanza in una forma facile da comunicare – l’ideale sarebbe un breve video diffuso per Dvd e/o su internet. Le azioni compiute dietro ispirazione del Plr nonché altre iniziative e documenti dello stesso genere realizzati dalle chiese in tutto il mondo non sono state ancora raccolte in un’unica documentazione in vista del futuro. Chiediamo che si crei un sistema (se possibile su Internet) che permetta di raccogliere questa documentazione perché sia accessibile alle chiese e ad altri in tutto il mondo. accomandiamo che la Giornata mondiale contro il razzismo e le discriminazioni (21 marzo) diventi una manifestazione ecumenica annuale in occasione della quale le chiese elaboreranno liturgie, preghiere e altri documenti appropriati, li comunicheranno fra di loro e li diffonderanno. iteniamo necessario mettere a punto un nuovo modo di esprimere l’impegno ecumenico di obiezione alla discriminazione e di appoggio alla giustizia razziale e al rifiuto dell’esclusione, con l’uso in particolare dell’immagine visuale/grafica e l’espressione culturale popolare. Chiediamo al Cec di esaminare questa questione. ensiamo che, in quanto chiese e in quanto cristiani individuali, dobbiamo procedere a una riflessione approfondita sui modi con i quali perpetuiamo l’esclusione e la discriminazione razzista attraverso un cattivo uso della Scrittura nonché attraverso tradizioni, atteggiamenti e pratiche di esclusione – e vedere iniziare lo sgombero dalla C I R R P Chiesa di tali tendenze. A questo fine, sarà essenziale favorire l’interpretazione multiculturale, intergenerazionale e pluricontestuale di passi biblici che trattano questioni relative al razzismo e all’esclusione fondata sull’ascendenza e, per le chiese, concepire documentazione che tratti queste questioni. bbiamo bisogno di trovare, in teologia e in antropologia, modi nuovi e stimolanti di affrontare la questione della giustizia razziale, ispirandoci ai dibattiti esistenti dal punto di vista degli esclusi e degli oppressi, adottando un procedimento proprio ai diritti umani e decostruendo la posizione dei dominanti. obbiamo tutti sviluppare la sensibilità e l’attenzione al messaggio implicitamente razzista contenuto in espressioni abituali, dove nero e bianco sono metafore indicanti valori negativi e positivi, e cercare di eliminarle dal nostro uso, in particolare per quelli e quelle che esercitano funzioni di direzione e di influenza nella Chiesa e nella società. A D sione, l’amore, la giustizia, la riconciliazione. Crediamo che la dignità e i diritti della persona siano al cuore dell’Evangelo cristiano e che, concretizzati nelle convenzioni internazionali, essi costituiscano l’ambito più costruttivo per il lavoro di difesa e di intervento della Chiesa. Il principio di antidiscriminazione fa parte integrante dell’equità per tutti. l popolo di Dio è una comunità di amore e di libertà, una chiesa che accoglie gli oppressi, quelli e quelle che sono stati privati dei loro diritti e vittime di politiche e di istituzioni razziste. Esso trascende tutti i confini e rigetta le ideologie basate su pregiudizi in vista di stabilire comunità nuove, eque e senza esclusione. Ci impegniamo a vivere secondo il potere dell’amore e non in funzione dell’amore del potere. I Commento teologico n un mondo che geme sotto la sofferenza provocata dalla divisione, lo sfruttamento, la frammentazione dell’umanità ferita e esclusa, Dio manifesta il suo amore accompagnando questa umanità in questo tempo e in questo luogo. In quanto parte integrante del creato, Dio ha fatto gli esseri umani, tutti diversi, con gli stessi diritti e le stesse responsabilità, per vivere nella Sua casa (oikos). Degli esseri umani che vivono nella interdipendenza manifestano la presenza di Dio. La concezione africana dell’ubuntu ci invita a essere pienamente umani in relazione diretta con l’altro. L’altro non è uno straniero. Egli o ella non è separato da noi: Io sono perché tu sei. Non si può essere senza l’altro. Siamo fatti per essere insieme. a nostra vocazione di comunità cristiane consiste nel vivere una teologia della solidarietà e dell’ospitalità quale quella incarnata nella figura profetica di discepolo di Gesù Cristo. Questa teologia è caratterizzata dall’integrità, l’onestà, l’umiltà, la compas- I L Chi siamo, perché siamo qui, che cosa crediamo? iamo donne e uomini, giovani e meno giovani, laici e ministri ordinati, universitari e teologi, venuti da ogni parte del mondo. Ci siamo riuniti in cinquanta per tre giorni, su invito del Consiglio ecumenico delle chiese, per il 40º anniversario del Programma di lotta contro il razzismo, nonché del 33º anniversario della rivolta di Soweto e del 20º anniversario della caduta del muro di Berlino. Abbiamo salutato il ruolo importante del Plr nella fine dell’apartheid e nell’incoraggiamento comunicato alle chiese perché si occupino del razzismo. Abbiamo dovuto ammettere che non siamo riusciti a eliminare il razzismo. Abbiamo inoltre contestato il fatto che il nostro dibattito non abbia incluso l’analisi di nessuna situazione adeguata, tra cui quella del popolo palestinese. oi crediamo che ci sia qui un momento di kairos per intraprendere un’azione impegnata delle chiese insieme ad altri, che sia un tempo particolare di Dio, un momento segnato dalla crisi e l’occasione da cogliere. Crediamo che ci sia qui un momento durante il quale Dio ci invita a impegnarci a essere strumenti di cambiamento nella S N Chiesa e nella società nel suo insieme. Crediamo che Dio chiami i membri della Chiesa ad agire, non solo a nome degli emarginati, dei poveri e delle molte persone confrontate con l’esclusione, ma anche con loro. Crediamo che nel rispondere a questo appello avremo la fede e le risorse necessarie per cambiare qualcosa nella comunità universale in cui viviamo. Noi crediamo che Dio dica: Ora basta! bbiamo insudiciato il pianeta. Abbiamo reciprocamente rubato quello che apparteneva all’altro. Per avidità, abbiamo fabbricato un’ideologia a base di esclusione e di discriminazione. La crisi economica mondiale, i cambiamenti climatici e l’esclusione sistemica, che generano esclusione e intensificano le migrazioni, costituiscono una crisi in tre facciate che suscita un kairós e ci chiama al pentimento. Non siamo riusciti ad amare il nostro prossimo come noi stessi. Dobbiamo pentirci del peccato di razzismo nonché del culto del consumo e del capitalismo che tutti sono ribellione contro Dio. A Dio dice: ora basta! giunto il tempo di una nuova evoluzione. È giunto il tempo di un mondo nuovo, una società equa e senza esclusione. Il tempo di una spiritualità nuova che valorizzi l’ubuntu contro l’individualismo, l’interdipendenza contro il nazionalismo e la natura del carattere piuttosto che il colore della pelle. Questa spiritualità nuova ci chiama a ricevere la presenza di Dio in tutto il creato dicendo: Io sono perché il creato è. Dio dice: ora basta! isponiamo di risorse di resistenza. di risorse di durabilità. Di risorse di fede nelle quali si radica la nostra speranza in un futuro che promette equità e integrità all’insieme del popolo di Dio. È Confessione n quanto siamo la Chiesa, apparteniamo a comunità guidate da giudizi fondati sulla casta, la razza, il genere, la xenofobia e altre forme di intolleranza dello stesso tipo. Al tempo stesso, confessiamo che giudichiamo spesso gli altri in modo sbagliato, che siamo colpevoli e che cerchiamo di difendere i nostri privilegi escludendo gli altri. iconosciamo che, in quanto chiese, siamo stati spesso ostacolati dalla nostra tradizione, le nostre istituzioni e le nostre strutture di potere. È capitato che, lavorando al servizio dello Stato o del capitale, abbiamo trascurato di mettere in causa le leggi, le istituzioni, le strutture del potere e dell’oppressione. Non siamo riusciti a vivere la visione di una casa di Dio, a condividere le nostre concezioni dell’ospitalità, dell’assenza di esclusione e di giustizia nell’ambito della nostra fede e con altre religioni. ogniamo di partecipare alla promessa di Dio di un mondo riconciliato. Confessiamo che siamo allo stesso tempo oppressori e oppressi e riconosciamo che abbiamo bisogno di pentimento. Confessiamo che la riparazione è necessaria nel momento in cui prendiamo l’impegno della nostra integrità e della nostra unità. I R S D Il nostro impegno oi che siamo qui riuniti ci impegniamo ad amplificare il nostro modo di lavorare al fine di trasformare le nostre chiese, le società nelle quali viviamo e il mondo, in vista di un futuro razzialmente equo. anciamo un appello e invitiamo alla partecipazione di tutti i settori del movimento ecumenico in vista di cercare con ardore a rompere il ciclo del razzismo mondiale e ad aiutare gli oppressi a ottenere la loro autodeterminazione, secondo i termini della Conferenza mondiale del Cec contro il razzismo, nel 2001». N L (cec media - traduzione dal francese di Jean-Jacques Peyronel)
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